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SINATRA all'Aldwych Theatre

Stuart King 22 Agosto 2026 alle 12:45

Frank Sinatra: l’uomo, il mito, la leggenda. Se l’icona non fosse stata testarda quanto i suoi genitori italiani, orgogliosamente emigrati, forse si sarebbe lasciato convincere ad adottare il nome d’arte «Frank Satin». Credo che possiamo essere tutti d’accordo: l’ha scampata bella.

Il cast di Sinatra all’Aldwych TheatreIl cast di Sinatra all’Aldwych Theatre

Scritto da Joe DiPietro e da poco in scena all’Aldwych, SINATRA è un musical biografico che segue le orme di successi longevi come Tina e Beautiful — dedicati rispettivamente alla vita, alla carriera e alla musica di Tina Turner e Carole King — andati in scena nello stesso teatro. Ora tocca al figlio più famoso del New Jersey, presentato senza sconti, in una produzione che richiama più di venti canzoni dell’era swing, del periodo delle bobbysoxer e degli anni alla Capitol Records.

Sul piano narrativo, lo spettacolo, vivacissimo, ripercorre tappe e influenze: il rapporto di Frank con la madre Dolly e con la paziente prima moglie Nancy, le relazioni con Lana Turner e non solo, il matrimonio con Ava Gardner, gli anni della MGM, i rapporti a volte burrascosi con i cronisti mondani dell’epoca, i legami con la mala, la caduta e la straordinaria rimonta dopo la vittoria agli Oscar del 1954, quando ricevette la statuetta come miglior attore non protagonista per il soldato semplice Angelo Maggio, ruolo cucito su di lui nel campione d’incassi dell’anno Da qui all’eternità.

Diretto e coreografato da Kathleen Marshall, SINATRA tiene un ritmo brillante fin dall’inizio, con Joel Harper-Jackson nel ruolo del titolo praticamente sempre in scena (salvo qualche cambio d’abito), in una produzione che si apre con un numero da applausi a scena aperta al Paramount di New York. I fan di Ol’ Blue Eyes noteranno subito la somiglianza di timbro, la fluidità dell’emissione e quel fraseggio sornione. A me è parso che la sua voce, di solito da tenore rock, faticasse un pelo sui registri più bassi tipici di Sinatra; per il resto, però, una prova sicura e di grande fascino, al netto del carattere notoriamente fumantino del grande uomo e del suo donnaiolismo seriale, che lo spettacolo non nasconde affatto.

Sul piano tecnico, Peter McKintosh ha aggirato i limiti del retropalco dell’Aldwych con molte proiezioni ed elementi scenici calati dall’alto. I costumi di Jon Morrell evocano bene i vari decenni e le proiezioni grafiche di Akhila Krishnan sono di grande effetto. Arrangiamenti e orchestrazioni portano la firma di Larry Blank, Gareth Valentine e Ian Eisendrath, con Dave Rose sul podio a ogni recita, chiamato a emulare un direttore di big band straordinario come Nelson Riddle.

L’unica lamentela, in una serata per il resto splendida, riguarda i tecnici del suono, che commettono l’errore classico di alzare il volume nei numeri a tre voci: così gli interpreti finiscono per combattere tra loro e contro l’orchestra. Quando il volume fa partire da solo l’apparecchio acustico degli spettatori più anziani, vuol dire che si è esagerato. È superfluo, e si spera che si possa riportare ai livelli ben più confortevoli del resto della serata.

A parte questo, che serata di grande teatro musicale tradizionale. Il nostro ragazzaccio di Hoboken è stato un musicista straordinario, una personalità piena di crepe e un’influenza incredibile sulla musica popolare. Alla fine era un essere umano che ha dato piacere a milioni di persone e, come dice ironicamente sua madre nello spettacolo, la sua voce è il motivo per cui molti di quelli seduti in platea sono nati!

Tra gli interpreti che aggiungono molto all’insieme ci sono Adam Davidson, la cui silhouette nei panni di Gene Kelly sfiora la perfezione, e Melissa Nettleford, compagna di sgabello dolcemente rassicurante nei panni di Billie Holiday quando duetta con un Frank in disgrazia in One More For The Road. E poi Ana Villafañe, che ruba il cuore come Ava Gardner, Jenna Russell, che ruba le scene senza sforzo come Dolly Sinatra, la mamma di Frank dalla lingua sciolta, e Phoebe Panaretos, che si guadagna la simpatia del pubblico come la paziente moglie Nancy Sinatra.

Nei momenti di danza si strizza l’occhio ai numeri del già citato Gene Kelly da Anchors Aweigh e On The Town, ai passi da gambe di gomma dei Nicholas Brothers e alle estensioni miracolosamente sciolte di Cyd Charisse. Felicity Walton ha messo il tocco sentimentale nei panni della piccola Nancy la sera in cui ho visto lo spettacolo, mentre Helen Colby come Hedda Hopper e Lee Zarrett come George Evans, l’agente (anche lui molto paziente) di Frank, firmano alcune delle gag più memorabili.

Sinatra non sarà West Side Story, ma una serata meravigliosa in città — On the Town — ve la garantisce.

Sinatra a Londra

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